Israele,  local taste,  Medio Oriente,  Taccuini,  VIAGGI

Diari dalla Terra Santa – Tel Aviv

Mercoledì 18 ottobre, Aeroporto di Malpensa. Destinazione Tel Aviv.

Erano le 9 del mattino, la compagnia di volo israeliana Elal chiedeva di presentarsi con tre ore d’anticipo. In coda con me e mia madre, gruppi di pellegrini che attendevano di imbarcarsi per la “Terra Santa”, più o meno giovani. Partire per Israele non è così semplice. Ogni passeggero deve sottoporsi alle domande del personale di bordo prima di effettuare il check-in, a volte a ispezioni dei bagagli. Le domande sono di natura generale, personale e logistica. Viaggiare in gruppo con un tour operator è più semplice che soli, in questo caso la ragione del viaggio è presto detta. Viceversa, non credevo che una giovane ventiduenne laureata in lingue potesse rappresentare un sospetto per lo Stato d’Israele, ma già quel mattino realizzavo che il motivo per cui un giovane studente diretto a Tel Aviv solo, o quantomeno in compagnia di sua madre, poteva non essere scontato. “Chi ti ha fatto i bagagli?” “Sei stata l’ultima persona a chiudere la valigia?” “Chi ti ha accompagnato in aeroporto?” ”Che rapporto ti lega alla persona che hai accanto?” “Quale ragione ti porta in Israele?” “Soggiornerai da qualcuno una volta lì?” “Che città visiterai?” “Perché studi lingue?” “Ti sei laureata?” ”E che farai dopo?”. Strano, mi avevano detto che Tel Aviv era la città della libertà.

È nel volo Elal che ho assaggiato il mio primo hummus israeliano, assieme alla pita e alle kobe (polpette di carne e semolino). Il tempo di provare a leggere qualche testata israeliana, ascoltare le hits dell’altro lato del Mediterraneo e le conversazioni dei miei vicini, che bisbigliavano in quella strana lingua gutturale, ed ero presto sulla costa di Tel Aviv, la città costruita all’inizio del Novecento sulla sabbia dell’antico porto di Giaffa. Atterrare al Ben Gurion equivale incrociare fedeli di ogni credo provenienti dai cinque continenti.

Tel Aviv

Ad accoglierci è la star del posto, Bar Refaeli, così in aeroporto, come in ogni angolo della città. Il suo sguardo languido si posa su ogni anima della capitale. Usciamo, c’è caldo, rilasciato dall’asfalto ancora carico di una giornata di sole. Prendiamo un taxi per raggiungere il nostro appartamento dietro la Rotschild Avenue. Il nostro tassista è un ebreo uzbeko, comunichiamo in russo, inoltrandoci nella città al tramonto, tra palme e grattacieli. Forse mi aspettavo una piccola Beverly Hills, ma ho presto trovato una caotica Atene con edifici malandati e vecchi, e spazi comuni disordinati.  Mi rendo conto di essere molto a sud, e l’idea mi piace. Una judia (ebrea) argentina gestisce il mio aparthotel, ed è comunicando in spagnolo che ci conduce al nostro appartamento. Pensavo che solo l’inglese potesse salvarci dall’ebraico e dall’arabo, ma avevo presto realizzato che l’inglese sarebbe stata l’ultima lingua di comunicazione.

Usciamo di casa per cena, due passi nella Rotschild e ci dirigiamo verso il mare. L’interminabile lungomare dei grattacieli di Tel Aviv, un affaccio di mare aperto da Giaffa al porto commerciale, km di spiaggia libera e di piste ciclabili, campi da beach volley e locali animati soprattutto in notturna, a fine ottobre, con 25 gradi di aria secca. C’è chi corre, chi sorseggia un drink a piedi nudi in riva al mare, chi inizia una partita di beach, chi fa yoga, chi passeggia, sembra una notte di mezza estate. Da un lato i kilometrici edifici di vetro, dall’altro la spiaggia selvaggia, alcuni uomini d’affari in completo si sfilano giacca e scarpe dopo il lavoro per scendere a mare. Poi la marina di Tel Aviv, un quadrilatero di locali alla moda dove ceniamo e addentiamo il nostro primo kebab, con un bicchiere di arak (raki, un esercito di antipastini e un’assortimento di salse spalmabili sulla pita, dalla tahina, all’hummus, allo skhug (salsa di peperoncino e spezie). Un conto salato, ma Tel Aviv è così, trendy, godereccia e costosa, e la mancia è d’obbligo.

È tardi e nel quartiere più all’avanguardia di Tel Aviv scegliamo di prendere il mezzo più popolare della city, lo sharut. Lo sharut è un minibus condiviso di rimando sovietico che serve vari distretti della città. Di colore giallo e contrassegnato da numeri diversi in base alle aree di copertura, si ferma al segnale di autostop in qualsiasi angolo della strada, e allo stesso modo rilascia i passeggeri al prezzo fisso di 5,9 shekel, passati di mano in mano fino al conducente, anche davanti all’indirizzo di casa. In una metropoli in cui gli autobus finiscono sistematicamente imbottigliati nel traffico e la metro aspetta di essere completata nel 2022, lo sharut è tutt’ora il mezzo salvavita dei cittadini, assieme alla bicicletta.

Nella Tel Aviv inaspettatamente trasandata e orientale cerco all’indomani il simbolo dei ricchi sionisti di inizio secolo, le case Bauhaus. Ce ne sono circa 4000 in tutta Israele, e sono concentrate particolarmente nel quadrilatero attorno al nostro appartamento, tra la Yavne, Montefiore e Melchett Road. Case costruite nei “roaring twenties” da ricchi magnati tedeschi, russi, americani e oltre sulla sabbia di Tel Aviv, alcune in stile più fastoso e alcune più sobrie, ma tutte a demarcare un determinato status symbol. Per colazione ci fermiamo a uno dei tanti chioschi della frutta agli angoli della città per un frullato di melograno, uno dei simboli della religione israelitica, l’elisir di questa terra, un tempo fiore all’occhiello dei commerci della nobiltà terriera palestinese. Poi procediamo verso il grande forno kosher Lehamim in Hashmonaim 103, l’ideale per gustare dolci locali e pane appena sfornato, nonché uno dei migliori challah, il dolce dello Shabbat, il giorno di festa della settimana ebraica che inizia il venerdì sera.

La mattinata prosegue al Carmel Market, lo storico mercato cittadino in pieno stile arabo, il regno dello street food, della contrattazione, e delle bancarelle di oggettistica spiccia e souvenirs. Un luogo, a mio parere, un po’ sopravvalutato nelle comuni guide turistiche. Preferisco perdermi a Neve Tzedek, il quartiere del design e delle boutique di moda incastonato tra i grattacieli del centro pulsante della città. Neve Tzedek è un angolo di città costruito in edifici storici a misura d’uomo, in parte pedonale, animato da lenti meccanismi di quartiere, caffè letterari, librerie indipendenti, laboratori di artigianato, pasticcerie sofisticate, ristoranti informali all’ombra degli alberi, personaggi ricercati. Più avanti, verso il mare, si incontra la vecchia stazione di Giaffa, Hachana, un tempo dismessa e oggi riconvertita in food court e centro di esposizione d’arte contemporanea.

Giaffa

Giaffa, antica città fondata dai Fenici, dove Perseo salvò Andromaca, da sempre porto religioso, commerciale e strategico nel Mediterraneo, nel 1880 contava solo 10.000 persone. Prima che Tel Aviv fosse velocemente costruita a nord di Giaffa sotto il mandato britannico (dal 1917), la città fioriva per il commercio dell’agrumicultura. Il piccolo borgo in stile ottomano affacciato sul porto era infatti attorniato da piantagioni di sesamo, cotone e agrumeti. Oggi Giaffa è simbolo di un lungo passato di dominazione turca, simboleggiata dai konak e dai minareti, e di sincretismo religioso, rappresentato nel monastero di San Pietro esattamente nella piazza centrale. La comunità ebraica risiedeva qui fin dal 1840, e da fine Ottocento iniziarono ad approdare al porto di Giaffa le navi cariche dei primi sionisti.

Il contrasto tra la popolazione araba locale e la crescente minoranza ebraica iniziò ad acuirsi a partire dalla cacciata dei turchi, operata dal generale Allenby nel 1917. Nel 1921 gli arabi sfociarono in una violenta rivolta contro gli ebrei, fino allo scontro finale del 1948, quando gli ebrei cacciarono definitivamente gli arabi dalla loro città centenaria, rimodernandola e agghindandola a perfetta attrazione turistica, con qualche galleria d’arte, boutique e caffè sul lungo mare. Un monumento sul lungomare commemora la riappropriazione degli ebrei della “loro terra” nel ’48, dopo secoli di dominazione araba. Ma è la vita della Giaffa nuova a colpirmi, fuori dalle mura della vecchia Kasbah, dove oggi risiedono gli arabi cacciati, gli unici che abitano a Tel Aviv. Basta scendere nella downtown di Giaffa per incontrare la comunità musulmana che qui si è ghettizzata a partire dai conflitti di metà Novecento.

Ci addentriamo in questo ampio quartiere a sé stante solo per scovare il rinomato “Abu Hasan”, il locale di falafel e hummus migliore di Giaffa. Qui abbiamo assaggiato tre varietà di hummus, di ceci, di fagioli e piccante. I prezzi diminuiscono visibilmente, diventa ora difficile vedere donne non accompagnate sedere al bar o esibire il capo. C’è qualcosa di profondamente utopico nella quotidianità di Giaffa nuova. Le scritte amministrative sono in ebraico, le insegne, i locali e i manifesti sono in arabo. Ho sentito in queste strade per la prima volta a Tel Aviv il richiamo alla preghiera del muezzin, proprio mentre incontravamo due ragazze soldato israeliane che riposavano dall’attività in caserma, dietro la moschea. 18 e 21 anni, stavano entrambe “scontando” il servizio militare della durata di tre anni, condizione senza la quale non avrebbero potuto accedere all’università. Strano, mi avevano detto che Tel Aviv era la città della libertà.

Facciamo ritorno verso il mare, al di là dal “recinto” di Giaffa, verso la nuova Tel Aviv. Il frastuono di Tel Aviv si perde nelle onde del Mediterraneo calmo, è l’ora dell’imbrunire, mi addormento. Più tardi, al “Goldman bar” sul lungomare, ripenso a come ogni giorno due facce della stessa medaglia possano convivere quotidianamente in calma apparente, godere dello stesso immenso mare, pregando ognuno il proprio dio, in forma più o meno tradizionale. Ma la sera ci immergiamo ancora nella realtà creata dal sionismo, al “Cafè Suzana”, in Shabazi Street, dove i commensali riuniti sotto ai platani di Neve Tzedek conversano nelle loro lingue madri, spagnolo, scandinavo, polacco, intercalando con frasi nell’incomprensibile ebraico, la lingua costruita a tavolino con cui i sionisti hanno integrato la loro recente storia.

E’ tutto così apparentemente forzato e innaturale in questa terra, in cui in un secolo un popolo riunitosi da ogni dove ha plasmato una capitale sulle dune sabbiose della Giudea, creato un’identità, disfatto, affermato, diviso, unito. Gli ebrei che ritenevano di aver diritto a uno Stato hanno scelto Tel Aviv per riunirsi da tutti gli angoli di mondo e l’hanno progettata in modo da accogliere individui di diversa cultura e tradizione, importando tanto l’avanguardia e la ricchezza occidentale, quanto i rituali più atavici. I sionisti hanno portato con sé sapere, conoscenza, modernità, hanno costruito prestigiose università, edifici mastodontici, centri finanziari, branche di multinazionali, rappresentanze diplomatiche, musei, infrastrutture, incasellando cosmopolitismo e modernità in un Medio Oriente fino a prima ignaro, che tutt’ora oggi resiste inesorabile nel disordine e nell’approssimazione della città, nei ritmi lenti, nei sapori, nei colori del cielo, dei tramonti.

La brama di cosmopolitismo e il desiderio di rendere Tel Aviv il posto più accogliente e vivibile di Israele hanno diffuso il pensiero comune che la città sia il regno del lecito, dove ogni cultura, colore, orientamento sessuale, pensiero e abito sono accettati; ciò ha arricchito la città di giovani, ideali liberali, eventi internazionali, opportunità di business, feste: il regno del possibile. Ma confondere Tel Aviv con una città occidentale è un facile errore. E’ nei muri invisibili che si cela lo scontro quotidiano provocato dal Conflitto. Nei monumenti che celebrano le vittorie israeliane nei quartieri arabi, nelle caserme israeliane di fronte alle moschee, nei controlli di sicurezza in svariati punti della città, nella volontà di cancellare il passato e imporre il presente, un presente ebraico che nel suo stesso seno religioso serba antiche discordie intestine, tra gruppi di diversa lingua e provenienza difficilmente disposti a tradire la propria storia in favore della Nuova Idea di lingua, cultura e Stato di Israele.

Non potevo pretendere di capire tutto quarantotto ore, non avevo mai visto un luogo così folle, e non avrei mai dimenticato quel mare, compagno di vita quotidiano degli abitanti di Tel Aviv, accessibile ovunque, calmo di giorno e increspato la sera, a simboleggiare quasi un sbocco del Medio Oriente verso la libertà.

Il giorno dopo saremmo partite per Haifa e, abbandonate dal nostro servizio transfer, avremmo rimediato uno sharut condiviso per un lungo tragitto per raggiungere il gruppo con cui avremmo condiviso il resto del nostro viaggio …ma vi racconterò meglio nel prossimo racconto!

Gut Shabbes!

 

 

 

 

 

Curiosa e determinata, sono un'avventuriera nata. Porto sempre con me un diario tascabile che arricchisco con note e sensazioni durante i miei viaggi. Destinazione preferita: Medio Oriente, Caucaso e Mar Mediterraneo.

Se ti fa piacere lasciaci un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.