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Day 5 – Beiteddine, Baalbek e lo Chateau Ksara

Il quinto giorno del nostro viaggio libanese ci avrebbe portato alla scoperta di Beiteddine, Balbeek e lo Chateau Ksara.

Ore 13.30, Valle della Beeka.

“Ed ora..il nostro rosso Reserve du Couvent del 2017!”. Uno dopo l’altro avevamo assaggiato tutti i best selling dell’iconico Chateau Ksara: oltre al rosso, un Blanc de Blancs del 2016, un Sunset rosato del 2018 e per finire un Moscatel.

I vigneti di Château Ksara

Fondato nel 1875 dai dei Gesuiti algerini, lo Chateau Ksara produce oggi più di 2 milioni di bottiglie.  Il 50% di queste raggiunge il mercato estero, in particolare il Regno Unito. Provenienti dalla più fiorente colonia francese, i gesuiti algerini impiantarono questi vitigni inizialmente nella zona di Zahle, la più grande città della Valle della Beeka. L’origine della loro coltivazione è ancor’oggi avvolta nella leggenda. Si dice che Noè (la cui tomba si troverebbe nella Moschea di Kerak) abbia qui piantato la prima vite. Che siano stati alcuni orfani, o un cacciatore a scoprire le antiche grotte sotterranee di epoca romana (2 km), non è chiaro.

In queste grotte grazie alle eccezionali condizioni di temperatura e umidità,  vengono ancora stipate e conservate botti e bottiglie. Un assetto inespugnabile, sopravvissuto all’instabilità della guerra civile, che per questo ha assurto lo Chateau a mito della resistenza e della grandezza libanese. Un’icona nazionale.

 

La Valle del Beeka

La Valle della Beeka è un altopiano stretto dalle catene montuose del Libano e Antilibano (al confine con la Siria), temperato dal vicino influsso del Mediterraneo. Un microclima che garantisce un’elevata escursione termica, che parrebbe costituire il segreto della qualità di queste uve. In realtà Anto aveva riso la prima sera a Beirut, quando gli avevamo detto di volerci spingere fino alla Beeka.

Il motivo l’aveva già spiegato Oriana Fallaci, riportando una filastrocca nel suo Insciallah: “Il mio haschish non fa male/è roba buona, viene dalla Beeka/ dalle verdi vallate di Baalkbek/e costa poco.” Secondo le stime riportate dal grande inviato dell’Indipendent Robert Fisk, la ricchezza del suolo della Beeka è in grado di rendere circa 10.000 tonnellate di haschish all’anno, alimentando un racket che coinvolge tutto lo smercio mediorientale. Nonostante  ciò, già ai tempi delle Cronache mediorientali di Fisk questa zona al confine con la Siria appariva molto povera e inospitale.

Ci trovavamo nella Beeka per una serie di casi fortuiti, come sempre.

Direzione Balbeek

Quella mattina l’auto di Hussein non sarebbe mai arrivata al nostro ostello, né tantomeno il suo telefono sarebbe mai squillato alle mie numerose chiamate. Quest’eventualità si sarebbe avverata solo il giorno seguente a fronte di un’enorme manciata di goffe e inutili scuse. Il caso volle che la sera prima incappassimo in un tizio dal nerdismo snervante, lì nell’atrio dei dormitori.

Un giovane insegnante britannico di storia, troppo preso dal voler portare a termine a tutti i costi il viaggio più orientalista della sua vita per poterne capire qualcosa. Assieme alla sua ragazza di Munster e all’amica reggi moccolo di Colonia alloggiavano nel nostro ostello, arrivavano dalla Giordania, dall’ambita escursione nel Wadi Rum. Soggiornavano in Libano solo per tre giorni, poi il tizio avrebbe proseguito per chissà dove con l’obiettivo di arrivare in India. In ogni caso, dalla nostra conversazione notturna avevamo evinto che l’indomani si sarebbero recati a Baalbek, era ciò che mi interessava.

Come tutte le mattine beirutine di quel viaggio, mi svegliai molto presto, cercando di capire come avrei potuto assemblare l’itinerario che avevo preparato. Andai a chiamare la combriccola dei tre, ce l’avevo fatta, Mari mi guardava incredula e fresca della sua ora e mezza di riposo in più: dopo aver negoziato Beiteddine per Anjar, una navetta privata organizzata dal mio fidato receptionist ci avrebbe fatto risalire il Monte Libano, portandoci a Beiteddine-Chateu Ksara-Baalbek. Partimmo, con quell’idiota di inglese che ci avrebbe rimbambito con musica a tutto volume per circa 2 ore di viaggio. Insomma, eravamo finite così nella Beeka, a dividere il nostro viaggio con tre tizi, un autista, della pessima musica, ma quantomeno un prezzo accessibile di circa 35 dollari a testa.

Deir El Qmar

Sfavoriti dal tempo, avevamo già bypassato Deir El Qmar, l’unica città d’epoca medievale conservatasi in Libano, nella regione dello Shuf. Eravamo solamente sfrecciati di passaggio, quel tanto da notare la calda pietra arenaria color miele che rivestiva vecchi khan ottomani e chiese. Da fine Settecento cristiani e drusi avevano qui convissuto pacificamente fino allo scontro del 1860 e ai conflitti del secolo scorso. Se per generazioni le scuole cristiano-maronite erano state frequentate da alunni di entrambe le confessioni, poi arrivò la Guerra delle Montagne(1982), in cui falangisti e drusi si combatterono ferocemente a vicenda.

A guerra finita, i cristiani erano passati da 5000 a 1000 unità per poi rimanere una roccaforte drusa. Tuttavia, in tempi recenti i drusi hanno riniziato a frequentare le chiese cristiane proprio come un tempo, secondo quanto attesta il viaggiatore William Darlymple nella sua Montagna Sacra. A testimoniare che, in questa parte del mondo, pur con tutte le difficoltà, la religione non ha sempre allontanato le persone, ma spesso le ha anche avvicinate.

Il Palazzo di Beiteddine

Al lato opposto della vallata stava la nostra prima meta, il palazzo di Beiteddine. All’entrata c’erano ancora i manifesti del Beiteddine Art festival di luglio, con una gigantografia del padrino della manifestazione Gerard Depardieu. Sorto tra le valli dei drusi, Bei-ed-dine significa “casa della fede”, in richiamo dell’eremo druso che posava sul suolo del palazzo esistente. Fu l’emiro Bechir II Chebab a incaricare di costruire la cosiddetta ”Alhambra libanese” ai primi dell’Ottocento, grazie al prezioso contributo di architetti italiani e artigiani siriani. In seguito sede del governatorato ottomano, francese e dichiarato residenza estiva del Presidente della Repubblica dei cedri dal 1943, il magnifico palazzo mi ricordava gli antichi palazzi dei gran visir nella medina di Marrakech, seppur collocato in un contesto ampiamente più idilliaco, ventilato dalla frescura della vegetazione di montagna e abbellito da rigogliosi giardini.

Deturpato per il 90% nel corso della prima guerra israeliana (1982), il palazzo fu soccorso dal miliardario leader druso Walid Jumblatt, che ordinò il suo restauro nel 1984, restituendolo al governo nel 1999. Oltre alla raffinatezza degli intagli artigianali del samlik (sala dei ricevimenti, da cui salamelecco) e dell’hammam, che secondo quanto dicevano doveva perfettamente ricordare l’aspetto delle case signorili damascene, il museo reca oggi una singolare collezione di mosaici pavimentali bizantini risalenti al VI secolo d.C, provenienti in maggior parte dalla Jiyyeh, 30 km sud di Beirut, e ivi trasportati dallo stesso Jumblatt nel 1982. Beiteddine era sicuramente il complesso architettonico migliore che avessi visto fino a quel momento, ma presto lasciammo le sue stanze, i suoi cipressi e  cedri che ci avevano invitato a una breve contemplazione.

Arrivo a Baalbek, la città del sole

Una volta recuperato l’idiota, che si affannava ad ostentare interesse per qualunque impercettibile dettaglio, ci rimettemmo in viaggio. Eravamo finalmente diretti a Baalbek, l’antica Heliopolis, la città del sole. Dicevo, oppio a parte, la povertà di quelle aree aveva in passato tramutato i contadini sciiti della Beeka in valorosi seguaci dell’ideologia della Rivoluzione iraniana. A seguito della guerra civile, le Guardie rivoluzionarie dell’ayatollah, con la tacita approvazione siriana, sfrattarono l’esercito governativo da Baalbek e issarono la bandiera della Repubblica islamica dell’Iran sulle rovine del Tempio romano, divenendo il centro della militanza anticristiana.

Nei principali edifici della città imperavano infatti le insegne degli hezbollah o dell’ayatollah che sfolgorava sulla Cupola della Roccia, mentre le donne erano avviluppate in spessi chador neri. Secondo le fonti di Darlymple, fu certamente a Baalbek che i bombardamenti dell’Ambasciata americana di Tehran furono pianificati (1979), e proprio qui furono trasferiti e custoditi molti degli ostaggi. Beh, qui, in mezzo alle baracche e accanto a un piccolo centro storico, sorgono le rovine del Tempio del Sole. L’avremmo visitato, solo dopo aver oziato in una guesthouse, rifocillando le nostre fauci con della frutta fresca. Abbandonati gli idioti dei nostri compagni, che ci proposero di pranzare con un pacchetto di patatine all’entrata del sito, ci eravamo perse nelle stradine delle baracche di Baalbek.

Intravedendo un patio raccolto da una piccola porticina, avvistammo una tavola imbandita. Entrammo. Senza saperlo si trattava di una delle case museo recuperate dall’ente del turismo libanese a fini di accoglienza. Si chiamava Baalbek Guest House, un verosimile esempio di vita domestica nell’odierna Baalbek, riproposta in versione “quiet and hidden retreat” per una vera “raw and authentic experience”. Un’oasi di pace.

Il sito di Heliopolis

Risaliti i propilei, più o meno accecate dalla luce del sole, neanche dovessimo ascendere ai Campi Elisi, eravamo al sito di Heliopolis. Di fronte all’orgia barocca delle sue rovine pensai solo a una cosa, alla sua imponenza. Le colonne, ognuna del diametro di quasi due metri e mezzo, erano le più alte del mondo classico. Era un monumento di notevole impatto scenico, teatrale, eccessivamente decorativo, opulento. Pensai che fosse un esempio di formidabile capacità propagandistica romana, concepito più per ostentazione che per religiosità. Tuttavia, Heliopolis rappresentò a lungo una roccaforte del paganesimo, al punto che Giustiniano dovette ordinare la distruzione dei suoi templi (Tempio di Giove, Bacco, Venere). Dopodiché, convertire con la forza i pagani al battesimo, pena l’esilio e la confisca dei beni.

Per assicurarsi che il tempio non fosse ricostruito, l’imperatore bizantino ordinò che otto colonne del tempio di Giove fossero trasferite a Bisanzio. Infine poste al centro della basilica di Hagia Sofia. Ciò nonostante, alla fine del VI secolo, quando il monaco bizantino Giovanni Mosco visitò questi luoghi, Baalbek rappresentava ancora la roccaforte dell’empietà. Qui i pagani sopravvissuti alle numerose purghe seguitavano a perseguitare i cristiani. Dei bizantini non rimane nemmeno la Basilica che costruirono al centro del tempio di Bacco, nel disperato tentativo di sopprimere i pagani militanti. Pare che i coloni francesi l’abbiano volutamente rimossa per puro dirigisme archeologico.

Oggi il sito romano si trova alla seconda fase di restauro, grazie all’operato dei naturali discendenti italiani. E’ sopravvissuto a tutto, depredato e occupato da omayyadi, bizantini, ottomani, francesi, dilaniato da interminabili conflitti. Più di tutti si è mantenuto il Tempio di Bacco, costruito sotto l’impero di Antonino Pio. Del Tempio di Giove, il più grande tempio del mondo antico, rimangono solo i monoliti del basamento “il Trilithon”. Ognuno di essi pesa 1200 tonnellate, i più imponenti mai conosciuti, sulla cui natura e provenienza pende ancora l’indagine dell’archeologia.

Il sito di Balbeek

Al sito di Baalbek (da Bel, il dio del sole dei Cananei) ogni cosa era di dimensioni spropositate. Così incommensurabili da non poter chetare lo stupore, da non lasciare spazio che alla sua sconfinata grandezza. Provai solo una profonda sensazione di infimità, nullità e rassegnazione di fronte a tanta illimitata bellezza. Sembrava quasi di non poter toccare e camminare sulle pietre mastodontiche del tempo di Bacco. Nel suo naos l’operosità e la terrenità dei suoi muratori mi diceva che questo era possibile e che tanta ieraticità poteva essere violata. Ebbene, il mio bisogno di sentirmi inutile e insignificante era stato pienamente sanato, quale migliore sensazione? Solo i più stolti possono pensare che si tratti di ironia.

Quel tardo pomeriggio saremmo svenute nel sonno del viaggio di ritorno, stanche, sudate, Mari forse ancor più per la negoziazione di un backgammon in miniatura.

Ritorno a Beirut

In ogni caso, iniziavo a sentire la stanchezza, la quotidianità e la logistica delirante di quei giorni stava iniziando a provarmi. La sera avremmo cercato la comfort zone a Mar Mikhael, cenando al Seza, la taverna armena che ci aveva accolto la prima sera a Beirut. Forse la peggiore cena del nostro viaggio, ma poi arrivò Anto! E ci portò a sorseggiare un caffè all’ibrik, rigorosamente al cardamomo, sulle scalinate colorate di Achrafieh. Lì avremmo organizzato la nostra ultima giornata di avventure in Libano. Mari si era resa conto quella sera che sarebbe dovuta partire la notte seguente…

E così si era conclusa un’altra giornata che ci aveva portato alla scoperta di Beiteddine, Balbeek e lo Chateau Ksara.

 

Curiosa e determinata, sono un'avventuriera nata. Porto sempre con me un diario tascabile che arricchisco con note e sensazioni durante i miei viaggi. Destinazione preferita: Medio Oriente, Caucaso e Mar Mediterraneo.

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