Medio Oriente,  FOOD,  Libano,  local taste,  Taccuini

Day 4 – Verso sud, a Tiro e Sidone

Il quarto giorno del nostro viaggio in terra libanese lo avremmo dedicato a spostarci verso il sud del Paese, a Tiro e Sidone.

Ore 12.30, Cafè Cortado – Gemmayzeh

Stavo leggendo le pagine de L’Orient-le Jour, convinta di rispolverare il mio francese già ampiamente dimenticabile. Sorseggiavo un espresso al caffè Cortado, in un’accogliente angolo per expat alla ricerca di bio, healthy, book e eco-friendly atmosphere, come indica il gergo che conta. Io, Mario Chiaro, un americano particolarmente in forma e il classico barista coffee-lover “appena tornato da una competizione in Italia”.

Era tardi, ero abbastanza nervosa. Avevo cercato di interessarmi particolarmente a quell’articolo sui racket per la ricostruzione di Aleppo, per non considerare quanto fossimo in ritardo. Il piano del giorno era aspettare Hassan verso le 10 per dirigersi verso il sud del Paese, a Tiro e Sidone. Quando per un contrattempo la sua macchina non risultò più disponibile. Da subito si ero affannata a smobilitare il receptionist per sondare la disponibilità con qualche rental cars.

Si innescò la classica situazione per cui forse un amico di un amico di suo fratello, avrebbe per caso potuto reperire un auto. Niente da fare. Eravamo quindi uscite per un caffè. Il palestrato americano, evidentemente bilingue, ci aiutò a comunicare con Mike Rental Cars, la “very reliable” compagnia di autonoleggio. Quando avevo ormai perso le speranze, Hassan ci disse a sorpresa che sarebbe arrivato a prenderci a mezzogiorno inoltrato. Partimmo.

In viaggio vero Tiro e Sidone

Per raggiungere il sud del paese ci eravamo diretti verso l’aeroporto, inanellandoci nell’anarchia stradale degli insediamenti appena fuori dalla città. Costeggiammo la cittadina litoranea di Damour, oggi un’infilata di alberi di banani, che in lontananza faticava a ricordare il famoso eccidio. In una notte del gennaio 1976, in piena guerra civile, le unità militari dell’OLP avevano trucidato circa 500 cristiano-maroniti.

L’episodio aveva provocato le repentine ripercussioni al campo profughi palestinese di Al-Quarantine. Negli anni successivi vari episodi avrebbe portato al noto massacro di Sabra e Chatila. Questo fu operato dai falangisti e dalle forze israeliane a seguito dell’assassinio del leader Bashir Gemayel, compiuto dall’OLP. Episodi di cui non ha nemmeno senso riportare, senza avere la cura di ricostruire perfettamente il concatenarsi degli avvenimenti. Forse nemmeno la storia riuscirebbe oggi a fornircene una panoramica esaustiva? Sfrecciando su quella litoranea pensavo solo a come in un paese talmente bello avessero potuto materializzarsi simili brutalità.

Il miglior knafeh del Libano

Pensieri che vennero addolciti dalla breve pausa pranzo nei pressi di Sidone (Saida). “A Saida si mangia la migliore knafeh del Libano” diceva Hassan. Diffuso in tutto il Medio Oriente, con diverse varianti anche nei balcani, in Grecia e in Turchia, questo dolce godurioso si prepara su grandi piastre circolari, ponendo su una base di sciroppo di zucchero un sostanzioso strato di formaggio filante ricoperto di pasta phyllo o semolino e da una leggera spruzzata di pistacchi. In Libano la knafeh viene mangiata anche in versione street food, incorporato a mo’ di panino tra due fette di pane al sesamo, e così la provammo. Squisita! Eravamo pronti rimetterci in strada, presto saremmo arrivati a Tiro, mancavano ancora 40 km.

Tiro: la Regina dei Mari

Eravamo in discesa, all’orizzonte si stagliava una luce meravigliosa, decorata da folte vegetazioni, piantagioni di banani e alberi di cedro. La “Regina dei Mari”, l’epiteto attribuito a questa città millenaria, di cui nel 1947 la Direzione Generale per le Antichità del Libano ha rinvenuto i principali siti archeologici: Al Bass e Tiro città (Sour in arabo). Gli scavi di Al Bass  hanno portato alla luce centinaia di sarcofagi dell’estesa necropoli fenicia, un arco trionfale, un acquedotto e il secondo ippodromo più grande al mondo (quest’ultimi di datazione romana e bizantina II-VI secolo d.C).

I mosaici, le strade, i colonnati e i bagni pubblici di Tiro città risiedono in un’area che era un tempo posizionata su una serie di isolotti successivamente collegati alla terraferma, era un porto florido  e inespugnabile, tant’è che Alessandro Magno impiegò ben sette mesi di assedio per conquistarlo. Per individuare l’ippodromo avevamo impiegato circa una mezz’ora di lungo cammino solo per affacciarci a una cancellata piena di erbacce e avvistare il sito in lontananza.

Addentrandosi a Tiro

Una volta entrate a Tiro città eravamo pienamente consapevoli di aggirarci in un’ordinaria giornata di vita quotidiana, in cui l’osservazione archeologica si affievoliva nel fascino dei vicoli contorti del quartiere musulmano, nei colorati panni stesi, nei fiori, nei bimbi che giocavano in strada, nelle facce segnate dei pescatori, nelle signore che baciavano il busto di San Marone recitando le preghiere appena dopo pranzo. Eravamo arrivati a Tiro nell’ora della siesta, erano ore calde e ovattate da ritmi dormienti, ci intrufolammo nel patronato dell’Arcieparchia dei Maroniti, nel mercato pubblico sotto le mura romane, per poi fluttuare nel sole del mare aperto.

Tiro assomigliava a Pellestrina, a qualsiasi porticciolo di qualche isola greca, un vero porto mediterraneo dove i pescatori si riunivano a giocare a carte su tavoli di plastica, a sbattere i polpi appena pescati, e dove il gasolio della fretta cittadina veniva mitigato dalla brezza del mare e dal profumo del pesce grigliato. Qualche targa commemorativa spezzava l’incantesimo, rievocando le ombre della guerra del 2006 e rendendo omaggio alle forze del gruppo paramilitare sciita di Hezbollah (“Il partito di Dio”), che “eroicamente combattè il nemico israeliano per le strade di Tiro”.

Tiro, la città a pochi chilometri dal confine israeliano, dalla gemella Acri, che gli Hezbollah difesero dalle incursioni nemiche. Oggi in Libano sono per questo considerati da parte della popolazione libanese come eroi, sono rappresentati in Parlamento (nel 2005 collezionò ben 14 seggi in buona parte grazie agli elettori del sud del Paese) e a Mleeta, verso la valle della Beeka, vi è pure “Museo di Hezbollah e della Resistenza libanese”, a loro dedicato.

Un tuffo al mare

Saltammo su un auto con a bordo due bimbe, che per farci spazio si trasferirono nel sedile anteriore. Ci trasferimmo in spiaggia per un bagno, lì nel sud eravamo le uniche donne in costume. Ma di quel pomeriggio sulle rive del mare a parlare con Hassan e la mia compagna ricordo un incontro: stavo già progettando il nostro itinerario per il giorno seguente, sarebbe stato a Deir El Qmar, Beiteddine e Baalbek.

Ma ovviamente non esistevano autobus, uber, mezzo alcuno per arrivarci. Continuavo a volere una macchina. Giù al beach bar incontrai la sorella di Y. Husseini, una maronita con cui avevo per caso chiacchierato a tempo perso sulla fratellanza dei popoli mediterranei. Così spuntò suo fratello, che mi propose di noleggiarmi il suo fuoristrada gratuitamente per il resto della nostra vacanza. “Ma..se striscio?” “Non ti preoccupare, assicurazione-assicurazione”, “Maa..se mi fermano ai posti di blocco e non giustifico la provenienza dell’auto, no-rental-car no-rental-car”, “Tu mi chiami, questo è il mio numero, dici che sei la mia ragazza e va tutto bene. In Libano si usa così, presto sempre la macchina ai miei amici. E poi non ti fermeranno, ho la targa governativa”.

A quel punto probabilmente non coglievo a che genere di famiglia appartenesse Y, in ogni caso più tardi Hassan mi aveva confermato che si, si usava così in Libano, anche se il tipo gli sembrava uno sbruffone. Ovviamente Mario Chiaro era pronto all’avventura, io un po’ meno, avevo da poco constatato le dimensioni dell’auto che avremmo preso a prestito e subito l’avevo mentalmente collocata nelle carreggiate trafficate che avevamo percorso verso Byblos. Ci scambiammo i numeri e bevemmo un giro di shot, non ricordo di cosa, ma “bisognava festeggiare!”

Toccata e fuga a Sidone

Arrivammo a Saida al tramonto, reduci da un pomeriggio di spiaggia, rinsecchiti dal sole e imbrattati dalla salsedine, affamati come ogni sera di ritorno dal mare che si rispetti. Un’altra città di memoria fenicia, di Sidone volevo vedere la fortezza crociata che sorge sul porto dal XIII secolo; volevo vedere la moschea Al Omari, costruita dai mamelucchi nel XIV secolo sulle spoglie della chiesa dei Cavalieri di San Giovanni.

Tra gli altri luoghi che volevo visitare c’era il mercato diurno cittadino, sparso nel groviglio degli antichi antri e cunicoli che animano la città vecchi. L’imponente castello di San Luigi, costruito dai crociati nel corso del Duecento sull’antica acropoli di Sidone, troneggiante sul porto e sulla città murata, sopravvissuto al saccheggio mamelucco e al dominio ottomano, ammaccato dalla guerra civile libanese e dal più recente conflitto con gli israeliani (2006). Infine, la casa museo di Palazzo Debbane, costruita in pieno stile ottomano da Ali Hammoud nel 1721 e oggi aperta al pubblico grazie alla fondazione Debbane, famiglia che la acquistò e abitò dal 1800.

In realtà non c’era tempo di vedere proprio un bel niente, forse l’avrei fatto un giorno, quando sicuramente sarei tornata in Libano. Era ormai sera, i siti di interesse erano chiusi, ci godemmo l’imbrunire al porto, dove oggi come ieri poggiavano pigri e oscillanti pescherecci al cospetto del castello crociato.

Nella città vecchia di Sidone

All’entrata della città vecchia qualche taverna serviva del buon pesce ai giocatori di backgammon, l’arak “il latte del diavolo” sgrassava il palato degli avventori di quei locali caserecci, in cui qualche oste ci invitava a banchettare. Ci addentrammo nelle calli addormentate, oscure e silenti di Sidone, in un’atmosfera del tutto medievale. In qualche campo le donne preparavano del cibo su lunghi tavoloni, alcuni pasticceri e fornai si affaccendavano a sfornare dolcetti di mandorle, pistacchi e  datteri. Era il 6 agosto, e scoprimmo di esserci inoltrate, come tre ospiti, nella ritualità di una ricorrenza particolare: il periodo dell’Hajj, durante il quale la fede islamica prevede il pellegrinaggio alla Mecca.  

Come ricordavo di aver letto ne I viaggi” di Ibn Battuta, nel calendario islamico l’Hajj comincia l’ottavo giorno del mese lunare “Dhu al-Hijja”, l’ultimo dell’anno islamico, per terminare il tredicesimo giorno dello stesso mese. Lo stesso pellegrinaggio alla Mecca, compiuto in altri mesi dell’anno, prende il nome di “umra“. E’ un momento fondamentale nella vita del credente mussulmano, uno dei cinque pilastri della fede. Noi avevamo avuto l’occasione fortuita di conoscere le usanze e le tradizioni famigliari che questo importante momento scandiva nella vita degli abitanti di Sidone. Un fornaio ci invitò ad assaggiare i dolcetti al dattero appena sfornati, mostrandoci tutto ciò che aveva preparato per l’indomani, ci tenne parecchio a regalarcene un sacchetto.

Il Caravanserraglio Khan al-Franj e un vecchio hammam ottomano

Più tardi, quando il muezzin richiamava alla preghiera, incontrammo il Caravanserraglio Khan al-Franj, costruito da Fakhr al-Din nel XVII secolo, il migliore conservato del Libano. Era una di quelle sere in cui da viaggiatrice mi sembrava di diventare compagna degli stessi luoghi che ci accoglievano, in deliberato ascolto delle storie che credevo di poter udire in esclusiva. Un’esclusività che mi rendeva ubriaca di curiosità, grata e vagamente convinta di essere stata scelta per poter vedere, scoprire, come se quegli stessi luoghi avessero scelto di mostrarsi e raccontarsi solo a noi, in quel momento.

Eravamo per sbaglio entrati in un vecchio hammam ottomano, da poco rinvenuto e aperto al pubblico. Lì dentro c’era un certo Jean-Pierre, un archeologo attempato che brillò d’entusiasmo all’idea di trasferire le sue preziose conoscenze a tre passanti finalmente interessati. Seppur ricoperto da spesse incrostazioni di muffa, l’hammam serbava ancora i pavimenti marmorei perfettamente intatti, sembrava un luogo abbandonato solo da qualche settimana.

L’archeologo ci spiegò che in Libano i restauri venivano effettuati solo ad opera di fondazioni private. Il governo non dedicava fondi statali al recupero di questi luoghi, divorati dall’orrore della guerra e dimenticati dai sopravvissuti. Ma pensai dopotutto, egoisticamente, che forse fosse meglio così. Non avrei mai voluto che Sidone diventasse la meta di visitatori sordi e frettolosi, non l’avrebbe meritato. Forse la bellezza non per forza deve ammaliare e donarsi a tutti. E se solo gli abitanti di Sidone avessero avuto il diritto di viverla, contemplarla o ignorarla? In tal caso, io e Mari eravamo state solo due intruse interpellate dal caso.

Al Saida Rest Restaurant

Lo stesso caso che ci condusse al Saida Rest Restaurant, la sede del Rotary club di Sidone. Apparecchiati in un tavolo sul mare, affacciato al castello crociato, passammo il resto della serata di fronte a due portate di calamari fritti e grigliati, a discorrere della frenesia di quella giornata, di ciarle spesso inutili e festose, noncuranti del tempo e placidamente felici di spaparanzarci nella freschezza marittima di quella notte estiva.

Senza sapere se noi tre ci saremmo mai più incontrati, se le nostre esistenze si fossero fortuitamente incrociate in un Air Serbia solamente per condividere un giorno di viaggio in qualche cittadina millenaria del Mediterraneo. In fondo non contava. Il Libano non rispettava i miei piani, mi aveva innervosito, spiazzato e ripagato con tanta generosità, regalandomi la pienezza di quei primi giorni, come se volesse darmi una lezione di contemplazione, arrestare la mia impazienza. Ero felice di essere la persona sbagliata in cui non c’era niente di giusto, iniziai a sentirmi a casa.

Curiosa e determinata, sono un'avventuriera nata. Porto sempre con me un diario tascabile che arricchisco con note e sensazioni durante i miei viaggi. Destinazione preferita: Medio Oriente, Caucaso e Mar Mediterraneo.

Se ti fa piacere lasciaci un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: