Libano,  Medio Oriente,  Taccuini,  VIAGGI

Day 3 – Al porto fenicio di Byblos

Il terzo giorno in Libano ci avrebbe portato alla scoperta del porto fenicio di Byblos.

“Dovete solo scendere nel vecchio parcheggio per quella scorciatoia, non è molto intuitiva. Ma se seguite le mie istruzioni potrete arrivare alla stazione delle corriere senza dover percorrere tutta Gemmayzeh”. Ci disse di non spaventarci se i muri di quel parcheggio recavano ancora i simboli falangisti e i segni di alcune pallottole. Quel parcheggio era solamente un avamposto durante la guerra civile, ora “era tutto tranquillo”! Era solo abbandonato”.

In direzione Byblos

Quella mattina mi ero svegliata di buonora, ed ero stata alla reception per pressoché un’ora, una scena che si sarebbe ripetuta più o meno tutti i giorni successivi. Sarei diventata l’incubo del receptionist. Mi ero messa in testa di andare a Byblos (Jbeil) e Tripoli, verso il nord del paese. Solo che ignoravo alcuni dettagli. In Libano non esisteva più alcuna linea ferroviaria, noleggiare una macchina era non solo impossibile, a causa della penuria di noleggio auto, ma del tutto impraticabile. Nessun occidentale aveva il coraggio di guidare per le strade del Libano. Taxi? Uber offriva tariffe piuttosto salate per  raggiungere la nostra destinazione, circa 150 dollari. Ma… quindi come si arrivava a Byblos (Jbeil)?

Sostanzialmente esisteva un bus di collegamento giornaliero tra Beirut, Byblos, Baatroun e Tripoli. O almeno, queste erano le fermate principali, poi il bus si sarebbe potuto fermare sostanzialmente ovunque, anche in mezzo alla tangenziale o sotto un qualche supermercato. Ci avevano detto che l’orario era “flessibile”. “Ogni tanto partono dei bus, non saprei dirvi quand. Andate alla stazione delle corriere e chiedete, ma le partenze variano ogni giorno. A volte non partono, a volte solo la mattina, ma salta il collegamento di ritorno. Però provate! Vi piacerà Byblos”.

Il piano era questo, visitare Byblos il mattino, Tripoli il pomeriggio e andare al mare a Baatroun prima di tornare a Beirut. Non arrivammo mai a Tripoli. In ogni caso, partimmo.

Al parcheggio si accedeva intrufolandosi in un cunicolo poco sotto la terrazza della nostra camera, poi si usciva in una stazione dei taxi a dir poco inospitale per due giovani donne occidentali. Sgattaiolammo qualche metro più avanti, c’erano vari bus parcheggiati per varie destinazioni, il bus per Byblos partiva in meno di venti minuti. Non era un gran bus, probabilmente non vedeva manutenzione da qualche anno, né tantomeno pulizia.

In ogni caso fu un viaggio istruttivo, iniziammo ad apprendere cosa c’era al di fuori di Beirut, quale trafficata follia esistesse quantomeno fino alla costa di Jounieh, la “Montecarlo libanese”. Il Libano è piccolo, dopo quaranta minuti eravamo arrivate a Byblos in un modo o nell’altro. Ce ne eravamo accorte per caso addocchiando la nostra posizione su Google Maps,l’autista ci sbarcò in mezzo alla tangenziale.

Arrivo a Byblos

Sorta settemila anni fa con il nome fenicio di Gebal, la città che oggi sonnecchia sulle sponde del Mediterraneo fu rinominata dai greci con il nome di Byblos (da cui deriva il nome del Libro) per via del commercio del papiro. In qualità di abilissimi commercianti, i fenici intrattennero fiorenti scambi prima con gli Egizi e poi con i Greci, vendendo anche il famoso legno dei cedri libanesi, lo stesso legno su cui incisero il più antico alfabeto fonetico conosciuto.

Testimonianza di questi legami commerciali era data anche dalla contaminatio mitologica: secondo la mitologia siro-fenicia il dio Adone sarebbe nato sulle sponde di questa città e si sarebbe poi sposato  con la fenicia e semitica dea Astarte; secondo il pantheon greco, Adone si sarebbe invece accoppiato proprio qui con la sua amante, Afrodite.

Fu un porto di straordinaria floridità, di cui ancor’oggi i siti archeologici portano memoria: il tempio egizio di Baalat Gebal (2800 a.C), gli anfiteatri e le terme romane, il castello dei crociati e la chiesa di San Giovanni Marco (costruiti nel dodicesimo secolo), poi abitati dalla dominazione genovese Embriaco, le architetture mamelucche e ottomane.

Oggi Byblos, roccaforte cristiano-maronita, ha le sembianze di un incantevole borgo italiano in pietra ocra, in cui l’ordinato e grazioso mercato delle spezie si incrocia con viottoli acciottolati e contornati da bouganville. Giù al porto si celebra ogni estate il prestigioso Byblos Jazz Festival, che richiama artisti di fama internazionale. Byblos è un’oasi di tranquillità, silenziosa, floreale e animata da ristorantini di vero pregio. E’ proprio qui che ho assaggiato il miglior hummus della spedizione libanese (per la cronaca, mi ero ripromessa di ordinarne uno in ogni locale in cui ci saremmo sedute), si trattava dell’Adonai Le Petit Libanais: un calice di rosso libanese, un hummus e delle polpettine grigliate su un coccio di ceramica ardente. Pita appena sfornata.

Cena nella mondana Baatroun

La visita a Byblos si prolungò più del previsto, era pomeriggio.

Raggiungere Tripoli era già diventata un’ipotesi impossibile, volevamo almeno andare al mare e poi raggiungere la mondana Baatroun per una cena sul porto fenicio. Non c’era alcun mezzo per raggiungere le spiagge che avevamo individuato, nessun autobus, nessuna linea o taxi che circolavano per strada. L’idea, stentata e necessaria era di chiedere “un passaggio a una donna che avesse una macchina carina”.

Per esperienza caucasica ricordavo dei fantomatici tassisti senza denti che guidavano con il volante attaccato con lo scotch, mi sarebbe piaciuto evitare il peggio. Dopo mezz’ora di vagabondaggio eravamo a bordo di un auto scassata in direzione del litorale, in meno di 5 minuti ne approfittammo per scendere e procedere a piedi.. forse la mia compagna di viaggio vorrà soffermarsi a raccontare di questo momento magico.

Grazie a Google Maps sapevamo di essere più o meno vicine e quando all’orizzonte si stagliò il mare capitammo in una delle vecchie stazioni di blocco dell’esercito libanese. Più avanti apprendevo che per accedere alle spiagge private era talvolta necessario sottoporsi a dei controlli stradali da parte dell’esercito. Questa condizione accomuna tutte le strade del paese e avviene per ragioni strettamente preventive, anche se oggi nel dibattito politico liberale libanese diverse sono le forze politiche che si battono per la smilitarizzazione delle strade.

Beh, infine avremmo trascorso tutto il pomeriggio sulle sdraio del Pierre & Friends, un colorato beach bar a ritmo oriental mix sullo sfondo del Mediterraneo. Senza chiederci come saremmo tornate a Beirut, semplicemente addormentandoci sulla spiaggia.

Ritorno a Beirut in autostop

Tornare? Bah, a quanto pare era la giornata dell’autostop, c’avevamo quasi preso gusto. D’altronde non saremmo mai tornate in qualsiasi altro modo. Saltammo su una jeep che guidò per un’ora e mezza a velocità fuorilegge sulla litoranea da Baatroun a Jounieh per poi risalire nella superstrada fino a Beirut, incastrarci nel traffico di Bourj Hammoud e finire davanti al Saifi. Era un tizietto col frontino che faceva il corriere espresso in tutto il Libano, era di strada per la spiaggia e ci prese su.

Come con il primo autista, continuammo a spacciarci come due armene, così da non alimentare facili entusiasmi filoitaliani. Ci andò più che bene, parlava solo arabo e con Google traduttore gli scrissi che volevamo spararci del pop libanese. Bastò far finta di non capire che voleva i nostri numeri, accettare la sua disponibilità ad altre avventure su quattro ruote e filarcela in ostello. La logistica di quel terzo giorno di viaggio si sarebbe rivelata la regola dei giorni successivi, all’insegna del caso, dell’improvvisazione, delle contingenze. Purtroppo, o forse per fortuna, da quella giornata avevo capito che il Libano non era di certo un luogo in cui sperare di seguire dei programmi.

Quella sera avevamo appuntamento con Hassan e un suo amico di infanzia, ci avrebbero portato in uno dei locali underground di Hamra, il Bayt Em Nazih, per una scorpacciata di mezze e un torneo di backgammon.

Curiosa e determinata, sono un'avventuriera nata. Porto sempre con me un diario tascabile che arricchisco con note e sensazioni durante i miei viaggi. Destinazione preferita: Medio Oriente, Caucaso e Mar Mediterraneo.

2 commenti

  • antomaio65

    Mi piacciono molto le descrizioni delle tue avventure di viaggio, sei coraggiosa e determinata e riesci sempre ad arrivare alla meta. Io sono sempre stata incuriosita dal nome esotico di Byblos e me lo immaginavo proprio come tu lo descrivi: assolutamente mediterraneo con un pizzico di fascino mediorentale. Bellissimo il localino dove avete mangiato l’hummus!

Se ti fa piacere lasciaci un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.